Ora che vi abbiamo lasciato entrare in queste “stanzE” inizia davvero il nostro viaggio. Vi abbiamo presentato il nostro spazio (s)comodo e questo ci ha fatto pensare ad uno spazio ancora più ampio inteso nella sua componente strettamente e visceralmente strutturale; (e non sentimentale); al luogo fisico in cui tutto nasce e dove tutti torniamo dopo una lunga giornata: a casa.
Ma cosa vuol dire tornare a casa? E, soprattutto, che cos’è una casa? Non è sempre un posto, e non è per tutti lo stesso posto. Per Giovanni Pascoli era il luogo sicuro dove il male non poteva sopraggiungere. Per Cesare Pavese la casa, soprattutto quella in collina, era l’unico dolce riparo, lontano dalla guerra, dove viene premurosamente accudito da due donne: Elvira e la madre. Ma ci siamo mai chiesti cosa significava “casa” per quelle stesse donne? Forse è qui che la faccenda diventa più complicata e trova risposte, ancora una volta, che prendono molteplici direzioni.
La casa per le donne è sempre stata molto di più di un luogo, anzi, si è trasformata con il tempo e con la presa di consapevolezza, in un vero e proprio concetto politico. E’ nota la figura dell’angelo del focolare domestico, ovvero quella concezione di donna eterea, pura e dedita alla casa e alla famiglia. Per tanto tempo le donne hanno lottato per uscire fuori da quello stereotipo, per riprendersi la libertà che gli veniva negata proprio dal contesto familiare, il quale sarebbe dovuto essere uno spazio sicuro, ma che in realtà non era altro che l’ennesima prigione.
Diverse scrittrici e attiviste, infatti, durante la prima ondata femminista iniziarono a politicizzare il concetto di casa. Tra queste troviamo Charlotte Perkins Gilman, pensatrice, romanziera e attivista statunitense che lavorò a dei veri e propri saggi sulla questione femminile, concentrando la propria ricerca sull’ambiente domestico e sull’indipendenza economica delle donne. Gilman considerava fondamentale rivedere gli spazi delle abitazioni e le funzioni che si svolgono al loro interno, proponendo una nuova struttura che favorisse una diversa distribuzione delle responsabilità di cura: via le cucine private, per lasciare spazio ad una cucina “condominiale” in cui vengono preparati pasti per tutte le famiglie da figure specifiche. La stessa cosa vale per le pulizie, affidate ad un personale specializzato, così come la cura e l’istruzione dei bambini. Gilman immaginava un nuovo spazio domestico che favorisse una riorganizzazione delle relazioni di genere, consentendo alle donne di ampliare la propria libertà nello spazio pubblico e di partecipare anche alla vita politica. Insomma, tante donne come lei, dal concetto di casa così come lo conosciamo, volevano scappare o creare alternative che gli permettessero di non sentirsi più intrappolate. Ma è stato così per tutte le donne? Sappiamo bene che nonostante l’essere tutte unite nella stessa lotta, esistono vari livelli ed esperienze di oppressione.
L’attivista femminista statunitense bell hooks nel suo “Elogio del Margine” descrive la casa come sito di resistenza e di lotta per la liberazione, mostrando come i bianchi abbiano trovato nella privazione di un focolare domestico un’arma di sottomissione estremamente efficace. Il concetto di casa si trasforma ulteriormente, presentando due scenari completamente opposti: da una parte le donne bianche che lottano per liberarsi dalla prigionia domestica, dall’altra le donne nere che, dopo aver passato giornate lavorative estenuanti a prendersi cura delle case delle donne bianche, cercano a tutti i costi di rivolgere la stessa cura al loro focolare domestico, lottando per trovare momenti da dedicare alla propria famiglia, ai i propri figli, per prendersi cura di loro. Per loro, la propria casa non è più una prigione, ma un luogo di resistenza, in cui si ritrova quel poco di umanità che al di fuori viene strappata via.
Una condizione fondamentalmente diversa che, però, rende evidente quanto nel gioco meschino delle parti a più livelli, all’ultimo grado rimanevano (e rimangono) sempre e solo, quasi in maniera naturale, le donne. Siano esse destinate al confinamento casalingo o meno. Una storia che si ripete e si traduce in vittorie da un lato, e sconfitte dall’altro. Un racconto che narriamo con rammarico ancora oggi per ricordare che così come il concetto di casa sia destinato a rimanere plurale, allo stesso modo nel 2025 lo è quello di donna, di bambina. Un discorso che tra le righe le divide, quasi in maniera naturale, in individui di serie A e serie B a volte per il solo tangibile fatto di avere o meno una casa e/o avere la possibilità di vivere o semplicemente sopravvivere in essa. Lo possiamo vedere, purtroppo, giornalmente con i nostri occhi, con la speranza di non abituarci mai all’orrore di cui siamo spettatori ormai da tempo, un orrore che parte proprio con la distruzione fisica di case di innocenti, fino a cancellare l’identità di un intero popolo.
Di naturale c’è ben poco in tutto questo, e qui nelle nostre stanzE ci piace immaginare il giorno in cui la casa rappresenterà un posto sicuro per tutti, per davvero.
Caro diario, anche oggi abbiamo riflettuto, volando da una parte all’altra della storia e del tempo e sai cosa c’è? Per quanto sia banale dire che alla fine dovremmo sentirci tutti parte della stessa casa, garantendo e rispettando la libertà e la vita dell’altro, noi vogliamo ripeterlo comunque, perchè forse così banale non è e forse, a volte, sentirci parte di qualcosa di più grande aiuta ad andare oltre al nostro egoismo. D’altronde lo diceva anche Ghali durante lo scorso Sanremo, nella sua conversazione con l’alieno:
Ma qual è casa mia? Ma qual è casa tua? Dal cielo è uguale, giuro.
Casa non è sempre un posto.
Casa non è per tutti lo stesso posto.
Cos’è per te “casa”?
Di Giulia Grasso e Giulia Savegnago
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