PremessE:
StanzE nasce da un desiderio di voler condividere pensieri, paure, impressioni o riflessioni su tematiche che ci stanno a cuore, ripercorrendo elementi di una stanza e dando loro un valore simbolico. Quando ci siamo imbattute sulla possibilità di poter intervistare Francesca Perricci de @lamicageniale_italia non abbiamo avuto dubbi: abbiamo capito che, in occasione anche dell’ultima uscita della serie televisiva omonima al romanzo di Elena Ferrante, era arrivato il momento di chiudere le porte alle “chiacchiere” e spalancare la finestra delle “conversazioni”. La stessa finestra che Lenù trova nello studio e nella scrittura, una finestra verso un mondo diverso, lontano da quello in cui ha sempre vissuto, ma anche la stessa finestra, in senso fisico, da cui si affacciava da bambina nel rione, guardando verso la casa di fronte, quella di Lila. Da un punto di vista personale, invece, l’Amica Geniale ha rappresentato per molt*, noi comprese, una finestra verso un mondo interiore ingarbugliato nel quale, però, è possibile riuscire a fare chiarezza.
L’Amica Geniale è una storia che ci ha toccato talmente tanto nel profondo che a volte ci risulta difficile parlarne e mettere insieme i pezzi, per questo ci siamo rivolte a Francesca, appassionata lettrice e studiosa che in questi anni ha creato una vera e propria community di fan della saga con la sua pagina instagram @lamicageniale_italia.
Buon viaggio!
Iniziamo con una domanda molto facile, a bruciapelo, ovvero quali sono le sensazioni dopo la fine della messa in onda dell’ultima stagione?
Mi sento un po’ stordita, alla fine tutti sappiamo che se ci viene un attacco di nostalgia possiamo aprire i libri e rivivere la storia quando vogliamo. Ovviamente, però, a livello di esperienza collettiva, era diverso attendere la stagione: ti dava l’impressione che non fosse tutto finito, nonostante la maggior parte di noi avesse già letto i romanzi da tempo. Penso sempre poi che le emozioni che provi la prima volta che leggi un libro, difficilmente si possono replicare. Quando ho letto l’Amica Geniale per la prima volta avevo 21 anni e sono rimasta colpita da determinate cose, adesso invece mi soffermo su altro, però ecco quella magia iniziale della prima lettura non la vivrò più purtroppo. Riguardo la serie in sè, inizio subito dicendo che sono davvero contenta che Lila sia stata interpretata da Irene Maiorino, perchè ci speravo da una vita e penso che lei abbia veramente capito la portata di questo personaggio. Purtroppo, verso la fine della serie, non ho condiviso diverse scelte della sceneggiatura, ho trovato tutto molto semplificato e mi rendo conto che essendo un libro corposo, era difficile far incastrare tutti i pezzi, però ecco, sul finale credo che siano stati commessi diversi errori, decidendo di favorire una prospettiva piuttosto che un’altra e il dibattito letterario ne esce impoverito. Soprattutto, non mi è piaciuta la scelta di dare un lieto fine, a livello di amicizia, a Lila e Lenù, perché per me quando si parla di amicizia femminile bisogna soprattutto far vedere quello che spesso non si dice. Si vede che è stata fatta una scelta a favore di un aspetto più mediatico e televisivo.
Oltre a seguire la tua pagina, abbiamo letto ciò che hai scritto su Elena Ferrante e pensiamo che tu riesca veramente a cogliere tutti gli elementi e le sfaccettature di questa scrittrice, con delle riflessioni e analisi che ci hanno sempre fatto scoprire o notare qualcosa in più nelle sue storie. Si comprende e si sente il grande amore che hai per lei: come è iniziato questo amore, ovvero, come ti sei avvicinata ad Elena Ferrante e che cos’è che ti ha colpito sin da subito della sua scrittura? Anche per te ha rappresentato una “finestra” verso qualcosa di nuovo, magari verso un mondo interiore in cui ti sei sentita compresa?
Partendo dall’inizio, quando ero all’università, io difficilmente leggevo narrativa contemporanea, leggevo soltanto persone morte (*ride*). Un giorno una mia amica mi disse: “Ad ottobre uscirà questa serie tratta dai romanzi di Elena Ferrante”, io non sapevo niente a riguardo, mai sentita in vita mia, leggevo solo autori del ‘900, amavo ed amo Cesare Pavese quindi ero molto legata a quel mondo lì. Qualche sera dopo sognai di andare in libreria e di comprare il primo volume, anche perchè il titolo mi ha sempre incuriosita (la veste grafica meno, se devo essere sincera), il titolo però mi ha davvero affascinata perchè l’amicizia per me è sempre un terreno un po’ ambiguo e delicato. Qualche giorno dopo ho ricevuto in regalo il primo volume e iniziai a leggerlo in treno. Mi ricordo che rimasi folgorata dal prologo e dal personaggio di Lila. Da lì continuai leggendo gli altri, ma senza fare binge reading, li lessi molto piano anche perchè di base sono molto lenta e quando qualcosa mi piace non voglio abbuffarmi e divorare tutto senza però trattenere nulla di ciò che si sta leggendo. Da quel momento, comunque, tutti e 4 i volumi andavano con me ovunque andassi, li portavo anche a lezione e appena c’era una pausa leggevo, tant’è che le mie amiche mi dicevano “ma ancora?”. Ho scoperto poi tutta la questione dell’identità di Elena Ferrante finito il quarto volume, prima non ne sapevo niente, poi appena ho finito i libri ho pensato “voglio capire chi è questa che mi sta rovinando la vita, voglio vederla” (*ride*) e da lì ho scoperto tutto. Però si, è nato tutto da un caso.
Elena Ferrante è stata, infatti, negli anni, associata a diversi scrittori e scrittrici, e ogni tanto la questione della sua vera identità risalta fuori. Tu, personalmente, da lettrice e appassionata come vivi questa scelta del suo pseudo-anonimato?
Personalmente la cosa non mi ha mai dato fastidio. Penso sia umano avere la curiosità di scoprire chi sia e da un lato, lo trovo anche divertente quando si scovano delle analogie e delle scritture sorelle, ma senza farla diventare un’ossessione. Diciamo che mi preoccupa di più l’idea che non pubblichi più nulla, però ecco sono molto poco d’accordo sulle indagini a livello mediatico. Non credo poi che il suo anonimato sia il motivo per cui lei sia quello che è. Adesso poi capisco ancora di più la sua scelta perchè immagino la pressione sociale che avrebbe subito se si fosse saputa la sua vera identità. Poi, permettimi di fare una critica al mondo dell’editoria: adesso siamo pieni di letteratura di influencer dove di base si compra un libro per chi l’ha scritto, ma poi i romanzi non comunicano nulla e questa sovraesposizione di sé fa sì che il libro non abbia niente da dire senza il suo autore dietro, invece, i libri di Elena Ferrante funzionano proprio perché lei non c’è e da soli completano già quello che la letteratura dovrebbe fare e mi sembra anche molto coraggioso rispetto ai tempi di oggi, per me lei ha fatto un miracolo da questo punto di vista.
Qual è il tuo pensiero riguardo la domanda che spesso viene posta, soprattutto ora che è appena finita la serie, ovvero “chi delle due è l’Amica Geniale?”. E perchè pensi che Ferrante abbia scelto proprio questo aggettivo?
Ho visto che anche testate molto note hanno posto questa domanda, quando in realtà la storia offre tante altre questioni importanti su cui costruire un discorso. Per me questa domanda, proprio alla radice, porta ad un’esclusione che è un po’ implicita in tutti i rapporti fra donne. Ti faccio un esempio molto informale, ma che secondo me rende l’idea: io ho una sorella e di base vedo che la gente non si è mai rapportata a noi naturalmente, ma si rapporta a noi sempre in base ad un contrasto o ad una competizione implicita che deve esserci, magari proprio perchè siamo donne. Quindi, si va a vedere: chi è più bella, chi è più brutta, chi è la più intelligente, chi è la meno intelligente e mi sembra sia lo stesso dubbio da cui nasce questa domanda super banale, anche perchè se si è vista la serie e a maggior ragione se si ha letto il romanzo, si comprende che è una domanda sbagliata. Anche la stessa autrice dice che l’aggettivo nel titolo non nasce come una qualità da attribuire all’una o all’altra, ma nasce da un romanzo da cui Ferrante ha preso spunto che è “Autobiografia di Alice Toklas” di Gertrude Stein. Le protagoniste di questo romanzo sono due donne intellettuali che lavoravano a stretto contatto l’una con l’altra, avendo anche una relazione amorosa e Ferrante era rimasta colpita da questa idea di reciprocità tra le due. All’inizio, infatti, Ferrante voleva chiamare il romanzo “L’Amica Necessaria”, facendo un omaggio ad Adriana Cavarero, che parla spesso nei suoi scritti di queste “altre necessarie”. Alla fine Ferrante decise di cambiare l’aggettivo con “geniale” perché Gertrude Stein parlando di sé diceva: “Io nella mia vita ho visto il genio solo poche volte. Gli unici geni che io ho incontrato sono, in ordine, Gertrude Stein (ovvero sé stessa), Pablo Picasso e un altro artista”. Ferrante ha dichiarato di aver trovato divertente il fatto che parlando di sé stessa si definisse un genio e si mettesse anche al primo posto tra i geni conosciuti, al di sopra degli altri due uomini. Questo è il motivo del titolo, non perché l’essere geniale è una qualità che l’una deve sottrarre all’altra, per questo è una domanda che non sopporto, perchè oltre a non centrare il senso del discorso, dà un significato totalmente diverso all’opera.
Lila e Lenù sono due personaggi abbastanza divisivi, sia tra i lettori che tra gli spettatori della serie. C’è chi le ama e chi invece non le capisce. La cattiveria di Lila, il suo modo di muoversi e sopravvivere nel rione, lascia spesso molti interrogativi. Dall’altra parte, le scelte di Elena, soprattutto riguardo la sua vita sentimentale e la sua famiglia, vengono giudicate, così come le sue debolezze e il suo costante bisogno di paragonarsi a Lila. Pensando a quello che dice Lila a Lenù in “Storia di chi fugge e di chi resta”, riguardo al romanzo pubblicato da quest’ultima: “c’è finita roba sporca Lenù, quello che i maschi non vogliono sentire e che le femmine sanno ma hanno paura di dire”. In questo caso Lila si riferiva a come Lenù descriveva il sesso nel suo libro, ma crediamo che sia una frase applicabile su più livelli anche agli stessi romanzi di Elena Ferrante. Hai anche tu l’impressione che a volte il pubblico faccia fatica ad entrare in contatto con dei personaggi femminili sfaccettati e non scontati, quasi come se ci mettessimo paura nel vedere una donna agire all’infuori dai canoni che ci aspettiamo? Credi sia per questo che a volte siano così incomprese?
Ma sì, secondo me tra le due a pagarne di più è senza dubbio Elena. Io ho sentito commenti molto agghiaccianti persino sul suo “essere madre”. Secondo me Elena Ferrante, così come tante altre scrittrici, ci sta abituando a questo nuovo modo di rappresentare la donna e questo significa anche mettere in scena tutte le sfaccettature dell’umanità, compreso il rifiuto di essere madre, compreso il fatto di voler espandere se stesse nonostante i figli. Noi siamo troppo abituate, anche guardando le nostre stesse madri per esempio, ad avere dei modelli di femminilità che sacrificano se stesse in favore del prossimo: che sia un figlio, un compagno, un parente. Sicuramente sarete d’accordo con me, è una caratteristica che quasi ci deve essere trasmessa in maniera automatica in quanto donne. Oltre a questo, io credo che sia difficile entrare nel profondo di un personaggio di cui tu conosci tutti i pensieri, Elena è troppo presente, al contrario di Lila. Quest’ultima viene giudicata per motivi diversi, un po’ come se venisse tracciata di essersi meritata la fine del suo personaggio: quindi, una persona che non ha mai accettato compromessi e che è sempre andata da un estremo all’altro. Io invece ti dico che, e in questo mi aggancio ad una frase di Ferrante, “Entrambe mettono in scena la crisi del vecchio sistema”. Cioè Lenù si dà in continuazione una autodisciplina che però fallisce, Lila invece, è come se si annoiasse, per questo passa da una cosa all’altra, perché non è soddisfatta di se stessa. E’ importante quindi che tutti, sia ragazze che ragazzi, entriamo in contatto con questi nuovi modelli. Ma fino a quando io leggerò commenti del tipo “una madre è una madre” significa che il pensiero patriarcale è ancora troppo radicato persino in maniera inconscia e non va bene… se noi già reagiamo così dinanzi a dei romanzi chissà nella vita reale quanti meccanismi sbagliati continuiamo a mandare avanti.
Oltre alle protagoniste, chi è secondo te la donna della serie che pur fedele alla propria condizione esistenziale riesce in qualche modo a smuovere qualcosa?
Mi viene da rispondere Maria Rosa, ma allo stesso tempo penso che la questione di genere non può prescindere dalla questione di classe. Per cui vedere una donna emancipata che però ha dei mezzi per esserlo è un po’ come parlare di un discorso un po’ facile, data la condizione agita che la contraddistingue. Magari molte compagne femministe mi odieranno in questo momento, però secondo me le due cose non possono essere separate. Per me il femminismo fatto da una donna nera, non caucasica sarà molto diverso da una fashion blogger bionda e ricca. Io di questo ne sono convinta e quindi rimanendo nel rione, io sono molto molto legata al personaggio di Immacolata e anche a quello di Melina. Io sono circondata da “Meline” nel mio quartiere perché vivo nel rione vecchio della mia città e quindi so benissimo cosa vuol dire crescere con questi esempi che la società non vede, o che comunque ripudia. Quella di Immacolata, mi sembra, al contrario di fronte a tante famiglie patriarcali, un esempio di famiglia matriarcale e mi piace tanto anche la frase che dice Lila a Lenù dopo la morte di sua madre “hai smesso di essere figlia e sei diventata ufficialmente madre”. Io non posso parlare di questo perché ho la fortuna di avere entrambi i genitori vivi, ma penso che arriverà ad un punto in cui tutti noi dovremmo fare i conti con la nostra genealogia e con l’eredità che loro ci hanno lasciato.
(*parla Giulia Savegnago*) L’anno scorso ho letto “La Frantumaglia”, la raccolta di interviste e riflessioni di Elena Ferrante sulle sue storie, i suoi personaggi e la sua scrittura. E’ un libro preziosissimo per chi vuole entrare ancora di più nel suo universo. Mi è rimasta addosso la definizione che Ferrante dà alla “frantumaglia”, ovvero “E’ la parte di noi che sfugge alla riduzione in parole o ad altre forme e che nei momenti di crisi riduce a se stessa, dissolve l’intero ordine dentro cui pareva di essere stabilmente inseriti. Ogni interiorità, al fondo, è un magma che urta contro l’autocontrollo, ed è quel magma che bisogna provare a raccontare, se vogliamo che la pagina abbia energia”. Credo che raccontando di Lila, Ferrante sia riuscita ad incarnare questo concetto in tutto e per tutto. So che questa è una domanda importante perché, leggendoti, conosco il tuo amore per questo personaggio: cosa ti ha lasciato Lila? Com’è stato affacciarsi sulla sua “frantumaglia”?
Guarda è una domanda bellissima e spero che la mia risposta ne sia all’altezza. Leggendo Lila, e facendola mia affacciandomi sulla sua “frantumaglia”, ho capito che d’ora in poi ad un livello proprio umano e non solo letterario, mi interessano quelle persone che si portano questa insoddisfazione dentro e provano come possono a dargli ordine. Però, a me piace di più lo sforzo che compiono. Quando trovo quelle persone che sono incompiute le sento più vicine a me. Un po’ come la bussola quando si smagnetizza e l’ago impazzito va da una parte all’altra, a me piacciono quelle persone là. Quelle già con un futuro radioso prestabilito mi sembrano meno interessanti. C’è una cosa che ripeto spesso e si aggancia al senso della tua domanda: mi piace l’idea che una persona rimanga sempre nello stesso luogo, sia sempre fuori luogo e comunque faccia sempre quello che vuole. Io Lila non riesco a vederla come un insieme di porte chiuse, futuri negati. Io la vedo come una persona che non sta bene con se stessa: c’è un enorme scatto tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere, però, in qualche modo fa sempre ciò che vuole lei.
Infine, perché pensi che una persona, in particolare una giovane donna, debba avvicinarsi a questa serie, che cosa può rappresentare?
Ci sono un sacco di donne, e dico anche per fortuna sennò saremmo tutti uguali, che non hanno amato l’Amica Geniale. Io penso che leggere il romanzo possa seriamente aiutare a guardare se stessi ma anche a guardare gli altri e, in un certo qual modo, ad esercitare un controllo su quello che passa tra noi e gli altri. Vale ancora di più se si torna a rileggere in varie fasi della vita dato che l’arco narrativo è molto lungo. Io non ci credo che una persona leggendo quelle pagine non si sia trovata presa per la gola almeno una volta. Ci sono troppe cose, è troppo umano per non essersi sentiti in quale modo “rappresentati”.
Un infinito narrativo prende vita aprendo una finestra (aprendo un romanzo come quello di Ferrante) e si impara che non è tanto importante ciò che questo rappresenta per noi, ma come questo, pur senza conoscerci, ci rappresenta.
Di Giulia Grasso e Giulia Savegnago
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